Reati Informatici e intercettazioni: la Cassazione

Trojan per intercettazioni nelle indagini, via libera dalla Cassazione

di Carola Frediani

per la Stampa

Una sentenza sul caso Occhionero apre all’uso dei software spia per più reati e funzioni

I TROJAN DI STATO

Stiamo parlando di quei software – definiti spesso dagli inquirenti anche captatori informatici, agenti intrusori, virus autoinstallanti – utilizzati da anni dalle forze dell’ordine e dalle procure nel corso delle indagini, come abbiamo raccontato più volte. Di fatto sono software malevoli, spyware, software spia a tutti gli effetti: dopo aver infettato un dispositivo (smartphone, tablet, pc) sono in grado di accedere a tutta la sua attività (comunicazioni telefoniche, mail, chat, foto, Skype, navigazione web, file); di scattare foto dello schermo; di attivare microfono e videocamere per effettuare intercettazioni ambientali.

Uno strumento potente e invasivo su cui in questi ultimi anni si stanno giocando varie partite. Con tentativi di legiferare al riguardo, regolamentandolo, da parte del Parlamento, che però alla fine sono stati ridotti a una delega al governo, che rischia di tagliare con l’accetta molte complessità tecniche e giuridiche del mezzo. E con sentenze che ne inquadravano magari solo dei pezzi, delle funzioni specifiche, tralasciando altri aspetti (vedi quella) dell’aprile 2016 delle sezioni unite della Cassazione).

L’IMPATTO DELLA SENTENZA SUI TROJAN

Insomma, secondo questa sentenza l’uso del trojan – anche con diverse funzioni – nell’indagine era lecito. Ma, al di là della vicenda giudiziaria specifica, può avere anche ripercussioni più in generale su come verranno utilizzati i trojan?

“Sì purtroppo – risponde l’avvocato Fulvio Sarzana, il primo a segnalare pubblicamente la sentenza – Perché la sentenza affronta proprio il tema delle intercettazioni telematiche attraverso i trojan. Ora sappiamo che questi strumenti si possono usare anche per tutti i reati che prevedono intercettazioni telematiche (art 266-bis), ovvero anche reati commessi con l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche”.

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“Soprattutto la sentenza apre all’uso dei trojan per reati meno gravi ma commessi con mezzi informatici, inclusa anche la diffamazione online”.

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