
di Maria Sole Montagna e Fulvio Sarzana di S. Ippolito, Avvocati, Studio Legale Sarzana e Associati
In sintesi. Il Tribunale di Milano ha ordinato a Google di cambiare la gestione delle richieste di deindicizzazione su Google: i moduli dovranno permettere di allegare documenti e ogni rifiuto dovrà essere motivato in base a quanto presentato. Il termine per l’adeguamento è il 15 novembre 2026. La ricostruzione si basa sul comunicato diffuso dai ricorrenti il 5 ottobre 2026, non sul testo integrale del provvedimento.
L’articolo di Maria Sole Montagna e Fulvio Sarzana, pubblicato su Agenda Digitale il 6 ottobre 2026, ricostruisce la decisione e indica come preparare una richiesta di deindicizzazione su Google.
L’azione collettiva contro Google
L’azione è partita nel novembre 2025 da alcuni membri dell’associazione Algopolio, insieme ad altri ricorrenti, contro Google LLC, Google Ireland Limited e Google Italy S.r.l. I ricorrenti contestavano procedure standardizzate e poco individualizzate. L’obiettivo includeva il meccanismo con cui gli utenti presentano il proprio caso e ricevono una risposta, oltre alla rimozione di singoli risultati.
Lo strumento è l’azione inibitoria collettiva dell’articolo 840-sexiesdecies del codice di procedura civile, introdotto dalla legge 31/2019. Chiede la cessazione di condotte che danneggiano più persone. A differenza dell’azione di classe risarcitoria dell’articolo 840-bis, corregge una procedura e non liquida danni individuali.
Secondo il comunicato, il Tribunale ha respinto l’eccezione di difetto di giurisdizione di Google LLC e ha pronunciato l’ordine anche nei suoi confronti. Le ragioni della giurisdizione italiana richiedono la lettura del provvedimento.
Cosa cambia per la deindicizzazione su Google
Secondo il comunicato, il Tribunale ha imposto a Google due interventi:
- modificare procedure e modulistica, per permettere di allegare documenti a sostegno delle richieste;
- motivare i dinieghi in base alla valutazione dei documenti presentati, così che l’interessato ne capisca le ragioni.
Il termine indicato è il 15 novembre 2026. Il comunicato parla anche di una conseguenza economica per ogni giorno di ritardo, senza indicarne l’importo. Natura e modalità di applicazione vanno verificate nel provvedimento e non vanno confuse con una sanzione amministrativa del GDPR.
Gli utenti potranno documentare le richieste e capire perché una richiesta viene respinta. L’esito resta affidato al bilanciamento caso per caso.
GDPR, bilanciamento e precedenti UE
La deindicizzazione toglie determinati collegamenti dai risultati del motore di ricerca, in particolare per le ricerche associate al nome dell’interessato. La pagina originale resta online.
L’articolo 17 del GDPR, paragrafo 1, lettera c), prevede la cancellazione quando l’interessato si oppone al trattamento ai sensi dell’articolo 21 e non esistono motivi legittimi prevalenti. Il paragrafo 3, lettera a), fa salva la libertà di espressione e di informazione. Si valuta quindi, nel caso concreto, la tutela dell’interessato rispetto all’interesse del pubblico a trovare la notizia.
L’articolo 12 fissa un termine ordinario di 1 mese, prorogabile di altri 2 per la complessità e il numero delle richieste. La proroga va comunicata entro il primo mese. Se il titolare non dà seguito alla richiesta, deve spiegare i motivi e indicare la possibilità di reclamo all’autorità di controllo o di ricorso giurisdizionale.
Tre decisioni della Corte di giustizia UE inquadrano il tema:
- Google Spain (C-131/12, 13 maggio 2014): il gestore del motore di ricerca è titolare del trattamento e può dover deindicizzare collegamenti anche quando la pubblicazione sulla pagina originale è lecita;
- GC e altri (C-136/17, 24 settembre 2019): categorie particolari di dati e procedimenti penali richiedono una valutazione specifica, che tenga conto della situazione aggiornata dell’interessato;
- TU e RE contro Google (C-460/20, 8 dicembre 2022): chi basa la richiesta sull’inesattezza delle informazioni deve fornire elementi pertinenti e sufficienti, senza dover ottenere prima una decisione giudiziaria contro l’editore.
L’ultima sentenza è la più vicina al tema degli allegati: poter produrre documenti conta quando l’esito dipende dagli elementi forniti dall’interessato.
Come preparare una richiesta di deindicizzazione su Google
Con la possibilità di allegare documenti serve un fascicolo chiaro, leggibile da chi non conosce la vicenda. La richiesta di deindicizzazione su Google dovrebbe indicare:
- gli URL esatti, comprese ripubblicazioni e varianti;
- il nome e le ricerche con cui i risultati compaiono;
- i motivi della richiesta e il loro legame con i presupposti del GDPR;
- i documenti pertinenti: sentenze, provvedimenti di archiviazione, rettifiche, decisioni del Garante;
- gli elementi per il bilanciamento: tempo trascorso, ruolo pubblico dell’interessato, attualità dell’informazione, natura dei dati;
- la prova dell’invio e le risposte ricevute.
Una sentenza di assoluzione non porta alla deindicizzazione in automatico. Pesa però sulla valutazione di accuratezza, aggiornamento e interesse attuale alla notizia. Esempio: un professionista assolto indica i link agli articoli sull’indagine, allega la sentenza con la prova dell’irrevocabilità e spiega se i risultati danno un quadro incompleto o non aggiornato.
Vanno evitate richieste generiche, senza URL né motivi. Conviene conservare i documenti inviati, la prova dell’invio e la risposta. Un diniego che ignora gli elementi presentati si può contestare per carenza di motivazione. Restano il reclamo al Garante (articolo 77 GDPR) e il ricorso al giudice (articolo 79). Per lo stesso oggetto e le stesse parti vale l’alternatività dell’articolo 140-bis del Codice privacy. Il termine del 15 novembre non esclude che Google cambi i moduli prima.
Le questioni ancora aperte
Restano tre punti da verificare.
- L’attuazione dei moduli: come cambieranno, quali documenti si potranno inviare, come saranno scritte le risposte.
- Il grado di individualizzazione: il comunicato, riportando i difensori, parla di procedure «individualizzate, non automatizzate». Senza il testo del provvedimento questa formula non si può leggere come divieto generale di strumenti automatici di supporto.
- La portata territoriale: il comunicato attribuisce alla decisione rilevanza europea, ma questo da solo non dice che l’ordine valga allo stesso modo per tutti gli utenti dell’Unione. La questione è distinta dall’estensione geografica della deindicizzazione decisa in Google contro CNIL (C-507/17, 24 settembre 2019).
L’effettività del diritto all’oblio dipende anche dalla possibilità di presentare il proprio caso per intero e di capire perché una richiesta viene respinta. Sul tema si vedano anche gli approfondimenti dello Studio su diritto all’oblio e deindicizzazione e sul diritto all’oblio.
Domande frequenti sulla deindicizzazione su Google
Secondo il comunicato dei ricorrenti del 5 ottobre 2026, il Tribunale ha accolto un’azione inibitoria collettiva: Google deve permettere di allegare documenti alle richieste di deindicizzazione e motivare gli eventuali dinieghi in base a quanto presentato.
Il termine indicato per l’adeguamento è il 15 novembre 2026. Google può introdurre modifiche anche prima di quella data. Il comunicato parla di una conseguenza economica per ogni giorno di ritardo, senza indicarne l’importo.
No. Toglie determinati collegamenti dai risultati del motore di ricerca, in particolare per le ricerche associate al nome dell’interessato. La pagina originale resta online.
Non porta alla deindicizzazione in automatico. Ha però peso nella valutazione di accuratezza, aggiornamento e interesse attuale alla notizia, a condizione di allegarla con la prova dell’irrevocabilità.
Conservare i documenti inviati, la prova dell’invio e la risposta. Un diniego che ignora gli elementi presentati si può contestare per carenza di motivazione. Restano il reclamo al Garante (articolo 77 GDPR) e il ricorso al giudice (articolo 79), con l’alternatività dell’articolo 140-bis del Codice privacy.
L’articolo 12 del GDPR fissa un termine ordinario di 1 mese, prorogabile di altri 2 per la complessità e il numero delle richieste. La proroga va comunicata entro il primo mese, con i motivi.
Per l’analisi completa si rimanda all’articolo su Agenda Digitale.

